lug 302017
 

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 di Giancarlo Cerrelli

È online il bando del 20 luglio 2017 del Dipartimento delle Pari Opportunità volto al finanziamento dei progetti orientati alla prevenzione e al contrasto alla violenza di genere. 

È interessante notare che il bando finanzierà progetti per 10 milioni di euro e permetterà di supportare attività di sensibilizzazioni rispetto a sei aree d’intervento: donne migranti e rifugiate, inserimento lavorativo delle donne vittime di violenza, supporto alle donne detenute che hanno subito violenza, programmi di trattamento di uomini maltrattanti, supporto e protezione delle donne sottoposte anche a violenza “economica” e progetti di sensibilizzazione, prevenzione e educazione.

Esaminando attentamente il bando se, da una parte, emerge distintamente l’ideologia che in esso è sottesa e di cui in più occasioni abbiamo fatto stato (confronta per una più estesa trattazione delle strategie politiche dei comitati pari opportunità e delle loro ricadute sociali: G. Cerrelli, M. Invernizzi, La famiglia in Italia dal divorzio al gender, Sugarco, 2017, pp. 235 e ss.),  dall’altra suscita una fondata preoccupazione e un vivo sconcerto la specificazione del contenuto, che è dato nel bando, di due aree di intervento e precisamente quella prevista dall’art. 2 lett. C: “Programmi di trattamento degli uomini maltrattanti” e finanziata con un milione di euro e quella prevista dall’art. 2, lett. F: “Progetti di animazione, comunicazione e sensibilizzazione territoriale rivolti alla prevenzione della violenza di genere mediante la realizzazione di campagne di comunicazione, educazione, attività culturali, artistiche e sportive, per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini”, finanziata con duemilioninovecento euro.

La linea d’intervento prevista dall’art. 2 lett. C prevede dei “Programmi di trattamento per gli uomini maltrattanti”. Tale previsione è inquietante, non perché non esistano uomini che maltrattino le donne e che meritano perciò tutto il nostro biasimo, ma per il fatto che tale linea d’intervento può aprire scenari veramente preoccupanti e allarmanti.

Vediamone alcuni:

a) Chi deciderà se un uomo è veramente maltrattante? Nel clima di sospetto che nella nostra società è stato artatamente instaurato contro il “maschio”, che viene considerato ormai come un essere violento e come un potenziale omicida, qualsiasi denuncia, anche se infondata, potrebbe suscitare a suo carico l’inizio di un percorso rieducativo e cautelativo che produrrebbe esiti paradossali e nefasti per  la vita del malcapitato;

b) Perché sono previsti programmi di trattamento solo per gli uomini maltrattanti e non anche per donne maltrattanti? Nella mia professione di avvocato non poche volte ho preso atto di vere e proprie violenze fisiche e morali perpetrate da donne contro i loro partner di sesso maschile, che hanno cagionato in essi la loro distruzione morale e civile;

c) Cosa s’intende per “programma di trattamento degli uomini maltrattanti”? Tale locuzione è veramente inquietante, se si pensa che questo trattamento di rieducazione dovrà essere attuato principalmente da quelle “associazioni, organizzazioni e cooperative sociali operanti nel settore del sostegno e dell’aiuto alle donne vittime di violenza, che abbiano maturato esperienze e competenze specifiche in materia di violenza contro le donne, che utilizzino una metodologia di accoglienza basata sulla relazione tra donne, con personale formato specificatamente sulla violenza di genere.”

Questo trattamento dovrà portare a una presa di coscienza e cambiamento degli uomini autori di violenza o a rischio di comportamenti violenti. Tutto ciò come sarà attuato? Con quali mezzi? Con quali garanzie per l’uomo che è valutato da queste associazioni come un essere da combattere?

d) Viene da chiedersi: i suddetti programmi di trattamento risultano conformi al dettato costituzionale? L’art. 32, 2 c. afferma, infatti, che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Non è che per caso si prospetta all’orizzonte un ritorno ai totalitarismi di passata memoria?

Se la linea d’intervento prevista dall’art. 2 lett. C del bando ha molti aspetti che destano una seria  preoccupazione, la linea d’intervento prevista dall’art. 2 lett. F ha caratteristiche veramente raccapriccianti.

Tale linea d’intervento, infatti, prevede un’azione – da parte di enti pubblici territoriali e delle solite associazioni operanti nel settore del sostegno e dell’aiuto alle donne vittime di violenza – di promozione a favore dei “cambiamenti nei comportamenti socio-culturali, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini”.

Come si può notare si è di fronte a una vera e propria rieducazione del popolo italiano, che deve essere inquadrata nell’ambito di quel percorso iniziato, fin dagli anni ’60 del secolo scorso, dal pensiero femminista che ha incontrato l’ideologia del gender.

Il femminismo, nel corso degli anni, ha imparato a servirsi del diritto che è divenuto lo strumento d’intervento per mutare l’ordine delle relazioni di genere e sancire l‘autodeterminazione delle donne.

La violenza di genere diviene, così, una costruzione sociale, che è agitata per alimentare odio e paura. Pur se è vero che alcuni uomini sono violenti, tuttavia, questi sono soltanto un’eccezione, ma tali casi di violenza – che sono in ogni caso da riprovare, perché anche un solo caso di violenza contro una donna è insopportabile ed è già troppo – servono al movimento femminista per agitare la violenza di genere come categoria, utilizzandola strategicamente per propiziare la decostruzione socio culturale della nazione.

La prova dell’uso artato dei casi di violenza di uomini nei confronti di donne è data dall’esame dell’ultima Relazione disponibile che il Ministero dell’Interno ha trasmesso al Parlamento sulle attività delle forze di Polizia sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica (consultabile sul sito del Ministero dell’Interno) vi è un intero capitolo dedicato alla cosiddetta “violenza di genere” e al cosiddetto “femminicidio”.

Scrutando i dati emerge sorprendentemente che la maggior parte delle vittime – per qualsiasi genere di reato – è di sesso maschile: 58,42% contro 41,58% di quello femminile.

Tale tendenza è confermata anche per i cosiddetti reati di genere; anche in questo caso è sorprendente notare che il numero di vittime maschili sia maggiore del numero di vittime femminili: 50,21% contro 49,79%.

Di cosa allora stiamo parlando?

E così se anche il termine femminicidio non piace a nessuno è, però, riconosciuto e utilizzato per il suo impatto semantico. Anche la violenza di genere come costruzione è un dispositivo che è utilizzato come arma per annichilire qualsiasi forma di dissenso a favore delle politiche di genere.

È importante sapere che pietra miliare di questa strategia è senz’altro la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza di genere nei confronti delle donne e la violenza domestica, sottoscritta l’11 maggio 2011 a Istanbul, da 24 Stati europei e ratificata dal Parlamento Italiano il 19 giugno 2013.

Sulla spinta di tale Convenzione l’Italia ha approvato il disegno di legge 14 agosto 2013, n. 93, recante Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province, convertito in legge 15 ottobre 2013, n. 119, ribattezzato dai mass-media e altresì da numerosi esponenti governativi e parlamentari “legge contro il femminicidio”.

Indicativa è la definizione che dà il Corriere della Sera (vedi edizione del 15 luglio u.s.) al termine “femminicidio”, presentandolo come un “neologismo riferito ai casi di omicidio doloso o preterintenzionale in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi basati sul genere”.

Ci vogliono far credere, guarda caso, che gli omicidi commessi da un uomo nei confronti di una donna siano perpetrati con l’intento di uccidere una donna in quanto donna, ma un osservatore attento della realtà comprende che  non è così e che nella maggior parte dei casi la violenza viene innescata dalla fine di un rapporto: divorzio, separazione, fine del fidanzamento o della convivenza.

È necessario, pertanto, riflettere su quanto la fluidità dei rapporti interpersonali incida sulle cause di violenza di genere. Con il pretesto, infatti, di esercitare il diritto all’autodeterminazione, che è divenuto un assoluto etico e giuridico, si mette fine ai rapporti familiari ad nutum, per la sola volontà di una parte, senza che questa riceva alcuna seria sanzione giuridica.

Senza giustificare in alcun modo forme di aggressività perpetrate nei confronti del proprio partner, sarebbe utile verificare, invece, le vere cause di una tale violenza.

È forse il caso di analizzare se la violenza, chiamata sovente a sproposito “violenza di genere”, faccia breccia nella mente di soggetti deboli caratterialmente, che vedendosi impotenti di fronte alla decisione meramente potestativa e unilaterale del congiunto di voler scomporre il nucleo familiare e senza avere, tra l’altro, alcuna forma seria di tutela dell’integrità del rapporto familiare, prevista dall’ordinamento giuridico, pensano – sbagliando – di farsi giustizia da sé. 

Sarebbe, dunque, opportuno, invece di propiziare artate “lotte di classe tra i sessi”, prevedere delle terapie sociali che contrastino il processo di ridefinizione della famiglia che in modo sempre più aggressivo rende più fragili e più fluidi i rapporti interpersonali e familiari, con un inevitabile riverbero negativo sulla società che diventa ogn’ora più debole e instabile.

 

 

 

 

lug 262017
 

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PERCHÉ LE REAZIONI SUSCITATE DAL COMPORTAMENTO DEL PROPRIETARIO DEL B&B CELANO UN TOTALITARISMO INVADENTE.

di  GIANCARLO CERRELLI

La notizia del rifiuto del proprietario di un bed & breakfast in Calabria di far alloggiare in esso due giovani omosessuali merita una particolare attenzione per le ragioni che di seguito proverò a esporre.

Dalle reazioni che ha suscitato tale evento – e non mi riferisco soltanto alle minacce ricevute dopo la divulgazione della notizia dall’imprenditore – emerge che in Italia il lavoro compiuto dalle associazioni LGBTIQA (Lesbiche, Gay, Bisex, Transgender, Intersex, Queer, Asexual)  ha prodotto i suoi frutti; l’azione di queste associazioni, infatti, ha suscitato in modo diffuso una mentalità di piena accettazione dei rapporti omosessuali, anche grazie all’approvazione della legge sulle unioni civili, che pur se è da considerarsi un vero e proprio flop, per il numero di unioni fin qui costituite, ha creato cultura, modo di pensare, sensibilità. È avvenuto, in pochi anni, in definitiva, un vero e proprio “trasbordo ideologico inavvertito” del popolo italiano a favore della “normalizzazione” dei rapporti omosessuali.

In tanti diranno: Era ora! Finalmente siamo un popolo aperto e moderno che ha superato i pregiudizi e le ghettizzazioni!

Se appare, tuttavia, politicamente corretto pronunciare parole di sdegno per il comportamento del proprietario del b&b, d’altra parte si stenta a considerare che tale reazione unanime, anche di personaggi pubblici, contro il gestore del b&b cela, invero, un enorme pericolo per la libertà di coscienza e religiosa di tutti noi e fa, peraltro, intravedere all’orizzonte l’ombra di un pericoloso totalitarismo.

Prova che il rischio che ho paventato non è una boutade, ma è serio, è il fatto che anche la Corte Suprema degli Stati Uniti il prossimo ottobre dovrà decidere se sia lecito o meno il rifiuto per “motivi religiosi” di un pasticcere protestante anglicano  Jack Phillips, di confezionare la torta nuziale a una coppia omosessuale, ai sensi del Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che sancisce la libertà di espressione della fede.

C’è da dire che Philips per il suo rifiuto di confezionare la torta nuziale alla coppia omosessuale è già stato condannato dalla Colorado Civil Rights Commission per avere violato le leggi contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e gli è stato vietato di continuare la sua attività di pasticcere.

Quello che è successo in America può accadere anche da noi.

L’episodio verificatosi in Calabria, montato ad arte dall’Arcigay, ha lo scopo certamente di suscitare l’obbrobrio morale nella coscienza sociale e così creare quell’humus necessario per favorire l’approvazione di leggi che prevedano sanzioni, che arrivino financo alla chiusura dell’attività lavorativa a chi volesse esercitare la propria libertà di coscienza e religiosa, com’è accaduto ad esempio al pasticcere americano.

Questi episodi sono utili per propiziare una cultura dello sdegno e così isolare chi non si sottomette e non si adegua alla dittatura del pensiero unico.

Certamente non è giusto discriminare nessun essere umano se discriminare significa che situazioni simili debbano essere trattate in modo uguale mentre situazioni diverse in modo differente, tuttavia non si può trascurare la tutela della libertà di ogni cittadino di voler rispettare la propria coscienza e/o i dettami previsti dal proprio credo religioso.

Non possiamo, comunque, non prendere atto che il principio di non discriminazione manifestazione del più generale principio di eguaglianza e che è presente nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) all’articolo 14 ed è riaffermato all’articolo 21 della Carta di Nizza è divenuto ormai la chiave di volta per far sì che qualsiasi desiderio diventi diritto.

Stando così le cose prepariamoci allora al crepuscolo della nostra libertà a favore di un totalitarismo ormai sempre più invadente.

lug 262017
 

La Calabria primo esperimento in Italia per la diffusione dell’ideologia gender di Giancarlo Cerrelli

Si stenta a credere ai propri occhi esaminando la proposta di legge regionale dal titolo: “Disposizioni contro le discriminazioni generate dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale”, n. 251/2017 presentata dall’on. Giuseppe Giudiceandrea presso il Consiglio Regionale della Calabria il 22 giugno 2017.

Se dovesse essere approvata tale proposta di legge, la Calabria sarebbe la prima regione in Italia che si doterebbe di un piano programmatico per la diffusione e l’imposizione, in ogni ambito del proprio territorio, dell’ideologia gender, ideologia che ha lo scopo di togliere importanza al dato biologico sessuale, a favore del dato culturale e così favorire un’indifferenziazione sessuale.

Sono numerose le disposizioni previste dal disegno di legge che destano serie preoccupazioni.

Esaminiamone alcune:

1)   La proposta di legge usa più volte il costrutto ideologico “identità di genere” senza specificarne il significato e i limiti interpretativi; cosicché tale locuzione, potrà essere riempita di qualsivoglia contenuto da chi vorrà avvalersi del dispositivo legislativo regionale;

2)   La Regione – in ossequio all’art. 1 della proposta di legge regionale – assieme ai Comuni e a ogni altra istituzione avrà modo di favorire la penetrazione nel corpo sociale calabrese dell’ideologia di genere e tutto ciò avverrà con la scusa di contrastare presunte discriminazioni e violenze di genere che, invero, non sono affatto un’emergenza e un’urgenza sociale nella realtà calabrese; una prova  di ciò è data dal fatto che il progetto di legge non è stato in grado di fornire alcun dato, che sia scientificamente attendibile, circa le violenze di genere perpetrate nel territorio calabrese, tale da giustificare un simile provvedimento che impegna risorse pubbliche.

3)   Con il disposto di cui all’art. 2 della proposta di legge, che prevede che “la Regione promuova ogni azione necessaria all’integrazione sociale e lavorativa che tenga conto dell’orientamento sessuale e di genere”, si pongono le basi per una reale discriminazione sociale e lavorativa di coloro che a parità di condizioni non sono omosessuali. Tale legge sembra voler conferire un titolo di preferenza alle persone omosessuali rispetto agli altri cittadini.

4)   L’art. 3 del progetto di legge prevede, invece, a cura della Regione, una rieducazione dei docenti, del personale non docente e dei genitori degli studenti per contrastare i ruoli di genere. Lo scopo che, invero, si vuole attuare con questa norma è il superamento dei cosiddetti stereotipi di genere, cioè si vuole insinuare che sia una falsa credenza quella che afferma che vi siano due sessi e che vi siano alcune differenze naturali di ruolo. L’ideologia gender pretende, invece, l’indifferenziazione sessuale, favorendo piuttosto una molteplicità di orientamenti sessuali (si pensi che Facebook ne prevede 58) tra cui scegliere in base alla propria percezione.

5)   L’art. 4 è l’abstract inquietante e allarmante dell’intera proposta di legge. Entrano in gioco, infatti, i veri destinatari e protagonisti di tale proposta di legge: le associazioni LGBTIQA (Lesbiche, Gay, Bisex, Transgender, Intersex, Queer, Asexual). Tali associazioni avranno il compito di “misurare gli standard di responsabilità sociale delle imprese circa le eventuali discriminazioni basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”. Queste associazioni potranno, pertanto, propiziare la chiusura o la comminazione di sanzioni a imprese che non si conformeranno alla dittatura del pensiero gender. Con tale legge, difatti, sarà istituita una sorta di potere di controllo sulle imprese che in modo arbitrario e anche con eventuali ricatti sarà fonte di privilegi per una sola categoria di persone che avrà titolo di preferenza esclusivamente in base all’orientamento sessuale.

6)   La proposta di legge all’art. 5 dà, inoltre, alle associazioni LGBTIQA la possibilità di collaborare con le Aziende sanitarie locali e con i servizi socio assistenziali per “aiutare le persone ad accettare il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere.” Una tale collaborazione rientra nel piano di rieducazione della popolazione alla cultura gender. Gli adolescenti si troveranno, così, a dover subire lezioni di educazione sessuale nei consultori e a scuola da associazioni che promuovono la fluidità sessuale con la scusa di combattere le discriminazioni.

7)   La proposta di legge prevede tra l’altro di modificare la modulistica nei vari uffici per contrastare le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Le modifiche saranno rappresentate dalla sostituzione dei termini tipo padre e madre a favore di genitore 1 e genitore 2  etc.

8)   È inquietante anche l’art. 6 che prevede che la Regione promuova iniziative di formazione – leggasi indottrinamento – per prevenire la violenza basata dall’orientamento sessuale o l’identità di genere, partendo guarda caso proprio dall’ambito familiare e scolastico.

9)   Se qualcuno pensasse che tutto ciò sia fatto senza l’esborso di soldi pubblici si sbaglia. La proposta di legge prevede, infatti, una spesa di 50 mila euro dei nostri soldi per dare forza a organizzazioni che hanno di mira un’azione militante volta a imporre una dittatura del pensiero unico che renda sempre più fluida la nostra identità sessuale.

 

La Regione Calabria è da auspicare che, piuttosto, impegni le proprie risorse e le proprie energie verso ciò che possa far crescere realmente il popolo calabrese, che soffre la piaga della disoccupazione, di collegamenti insufficienti, di un turismo che non decolla, di sacche di vera e propria povertà, di una cultura assistenzialista e malavitosa che non favorisce un vero sviluppo morale ed economico del territorio.

La Regione Calabria non segua le sirene di un falso progresso, mascherato da civiltà; si impegni, piuttosto, a favorire il recupero delle proprie radici culturali morali e religiose e non finanzi una cultura di morte, come quella gender, che con la scusa di superare le discriminazioni è volta a cancellare la nostra millenaria civiltà.

giu 202016
 

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Tavola Rotonda su Radio Maria del 19 giugno 2016 sul tema “Unioni civili e libertà di coscienza”. Hanno partecipato alla tavola rotonda condotta da Andrea Morigi: Fabrizio Turba, sindaco di Canzo (Co), il Dr. Domenico Airoma, vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino e l’Avv. Giancarlo Cerrelli.