dic 112011
 

E’ sconfortante rilevare che un giurista della fama di Stefano Rodotà usi la Costituzione italiana considerandola “unica bussola” (la Repubblica 21.11.2011 p. 25) con l’intento malcelato di dettare l’agenda etica al Parlamento e al nuovo Governo.
Il noto giurista afferma che:
“Se alla lealtà verso la Costituzione dobbiamo continuare a rifarci, è appunto il percorso costituzionale che deve essere rigorosamente seguito tanto dal governo che dal Parlamento. E questo significa mettere da parte il testo sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, grondante di incostituzionalità, sgrammaticature e difficoltà applicative in ogni suo articolo. Significa riprendere il cammino verso una seria disciplina delle unioni di fatto, comprese quelle tra persone omosessuali, alle quali la Corte costituzionale ha riconosciuto un “diritto fondamentale” al riconoscimento giuridico della loro condizione, indicazione finora del tutto disattesa dal Parlamento. Significa riportare a ragione e Costituzione la materia della procreazione assistita.”

In poche parole il professor Rodotà, brandendo il feticcio della Costituzione, suggerisce al nuovo esecutivo di fare quello che saggiamente il precedente governo non ha perseguito.
In modo militante e artato, propone di abbattere quei limiti di natura stabiliti da quella “grammatica umana e sociale”, che anche la nostra Costituzione riconosce.

Il governo tecnico, secondo l’”illuminato” giurista, dovrebbe asetticamente superare le ultime resistenze che fanno considerare, da alcuni, il nostro ordinamento giuridico uno tra i più “arretrati” d’Europa sui temi etici e auspica, che si attui la pretesa gnostica, che mira a voler riscrivere le regole fondanti la natura umana e la convivenza sociale.

L’articolo di Rodotà riveste, invero, una certa importanza, perché ribadisce, quali sono gli “obiettivi sensibili” che tende a perseguire il processo di secolarizzazione in atto nella nostra nazione, per rafforzare la sua azione.
Lo studioso strategicamente suggerisce all’esecutivo e all’assemblea legislativa di operare su tre temi ben precisi, ma utili a riscrivere quelle regole umane e sociali e che hanno la caratteristica di esaltare maggiormente una cultura libertaria, non fondata sulla verità e che inevitabilmente, se attuati, avrebbero una ricaduta diseducativa, soprattutto sui giovani, i quali troverebbero

conferma, che sono i desideri, gli impulsi e le emozioni a dover guidare le scelte dell’uomo e non la ragione rispettosa della natura umana.

Il primo tema su cui Rodotà chiede di intervenire è il testo sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, che attualmente attende di essere approvato dal Senato in seconda lettura. Il detto giurista auspica che il testo sia messo da parte, poiché lo ritiene grondante di incostituzionalità, ma, forse trascura di considerare che l’articolo 32 della Costituzione è chiaro: c’è da parte del paziente la libertà di scegliere le terapie, ma non di scegliere di morire e il fine, infatti, che il progetto di legge intende perseguire è quello di non configurare un diritto a morire.
I detrattori della legge, al contrario, vogliono difendere il c.d. diritto all’autederminazione, che in definitiva è un atteggiamento che esclude la relazionalità: “io decido quando morire”. L’autodeterminazione, invero, sottende un’altra insidia, ancora più pericolosa della prima, quella, cioè, di stabilire quando la vita di un essere umano non meriti più di essere vissuta e ciò avviene, secondo questa prospettiva, quando questi sia affetto da una patologia grave e invalidante. Da ciò deriva un’idea della disabilità come una vita non di qualità, legata a degli standard e non, invece, alle potenzialità dell’essere umano.
Il progetto di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento ha, invece, il fine di creare un argine al tentativo di alcuni magistrati di arrivare all’eutanasia per via giudiziaria. Con la sentenza Englaro, difatti, si è creato un pericoloso precedente, secondo il quale non serve il consenso informato del paziente, ma basta l’aver espresso la propria volontà in qualunque forma, o anche che venga desunta ex post dagli “stili di vita”, qualora il paziente non abbia più la capacità di intendere e di volere.
Anche la creazione dei registri comunali, ormai presenti in varie città italiane e che raccolgono testamenti biologici che spesso risultano improvvisati, ha l’intento di preparare il terreno culturale e legislativo all’eutanasia.
Rodotà, in definitiva, proponendo di mettere da parte il testo sulle Dat accarezza lo scopo di eliminare qualsiasi limite al diritto di autodeterminazione per aprire la strada all’eutanasia. E’ evidente, dunque, che non è indifferente, per i cultori dell’autodeterminazione, che ci sia, o no una legge sulle Dat, ne è prova, infatti, l’auspicio di Rodotà di mettere da parte il testo di legge, che crea ostacoli, a chi come lui, persegue una cultura di morte.

Il secondo tema, che per il citato autore, è ritenuto importante, al fine di essere “leali verso la Costituzione”, è quello di adottare una seria disciplina delle unioni di fatto, comprese quelle tra persone omosessuali alle quali la Corte costituzionale avrebbe riconosciuto un “diritto fondamentale” della loro condizione e il cui riconoscimento sarebbe stato disatteso dal Parlamento.

Sembra, che Rodotà, si faccia promotore, in questo caso, di un nuovo tipo di lotta di classe; invero, lo strumento sociale di cui si servono i nuovi “partigiani della secolarizzazione sociale”, di cui Rodotà è uno dei più rappresentativi, non è più il proletariato, bensì le coppie di fatto e gli omosessuali che diventano, per questi rivoluzionari, il motore per la costruzione di una società non più “a misura d’uomo e secondo il piano di Dio”, ma a misura dei propri desideri.
L’unione omosessuale è considerata, infatti, da questi, uno status; significa che su questa relazione, tutta convenzionale, si può costruire una società nuova. Tutto ciò implica una trasformazione dei valori umani sulla sessualità, il matrimonio e la famiglia, in mere opzioni simboliche a partire da una decostruzione della sessualità e dei generi. È evidente che il riconoscimento dei nuovi diritti inciderebbe certamente sulla definizione e sull’ambito dei diritti naturali. Tanto è vero che, per esprimere questa nuova antropologia uni-gender, il diritto dovrebbe modificare il proprio linguaggio, trasformando la persona umana, uomo e donna, in un soggetto asessuato e la legislazione attuata in Spagna da Zapatero ci insegna qualcosa.
Invero, già l’8 febbraio 2007, il Governo, guidato dall’on. Prodi, aveva, presentato al Senato un disegno di legge finalizzato al riconoscimento di taluni diritti e doveri discendenti dai rapporti di “convivenza” registrati all’anagrafe, allo scopo di conferire, per la prima volta, nel nostro ordinamento, un ruolo giuridicamente rilevante e produttivo di effetti giuridici, all’affetto, cioè a un dato emozionale e soggettivo, trascurando di tener conto della fondamentale differenza che intercorre tra situazioni, come la famiglia, fondate in vista di scopi che trascendono gli interessi dei singoli individui e le situazioni che attengono ai meri sentimenti. Gli affetti, difatti, attengono alla sfera dei sentimenti e sfuggono al diritto: non possono essere rilevanti, quantificati, soppesati, quindi regolamentati.
Il fallimento, però, della strada legislativa ha indotto i sostenitori del riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, anche tra omosessuali, a percorrere la via giudiziaria, che ha visto più volte i giudici sollevare questioni di legittimità costituzionale su taluni articoli del codice civile, che non contemplano il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Su questa scia taluni organi giurisdizionali hanno cercato di demolire il paradigma sociale della famiglia naturale fondata sul matrimonio di persone di sesso diverso, con la collocazione al suo posto di un diverso paradigma, fondato sulla libertà senza responsabilità, ma la Consulta con tre sentenze in meno di un anno, la cui ultima risale al gennaio 2011, ha ribadito manifestamente inammissibili e infondate le questioni di legittimità da essi sollevate.
Il richiamo di Rodotà, pertanto, a disciplinare giuridicamente le coppie di fatto, comprese quelle omosessuali, ha un intento ben preciso: quello di alimentare un certo “humus culturale” che mira ad abbattere i limiti posti dal nostro ordinamento giuridico a tutela della famiglia, intesa come società naturale tra un uomo e una donna e fondata sul matrimonio.

Il terzo tema evocato da Rodotà è quello di “riportare a ragione e Costituzione la materia della procreazione assistita”.
Anche in questa circostanza, la prospettiva che sta alla base dell’auspicio di Rodotà è, ancora, quella di una libertà senza responsabilità; in questo caso, però, ad essere messe in gioco sono della vite umane, vite umane innocenti.
La legge 40/2004 ha cercato di porre un argine agli abusi, riconoscendo la soggettività dell’essere umano fin dal concepimento e garantendo la tutela dei suoi diritti fondamentali, il diritto alla vita e il diritto a nascere e crescere in una famiglia con un padre e una madre certi.
La struttura della legge 40/2004, però, subisce forti attacchi da parte di lobby culturali ed economiche che si servono anche di mezzi giudiziari per superare gli argini posti dalla legge.
E’ importante ricordare, per comprendere cos’è in gioco, ciò che ha affermato Benedetto XVI il 31 gennaio 2008 ai partecipanti alla Sessione Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede:
“Quando esseri umani, nello stato più debole e indifeso della loro esistenza sono selezionati, abbandonati, uccisi o utilizzati quale puro ‘materiale biologico’, come negare che essi siano trattati non più come un ‘qualcuno’ ma come un qualcosa, mettendo così in questione il concetto stesso di dignità dell’uomo?”

Rodotà, però, è latore di una cultura che intende la scienza come il mezzo per rifare un mondo nuovo, sacrificando, sull’altare della causa, tante vite innocenti. Il detto giurista persegue il suo disegno culturale di libertà senza verità, nonostante, la Corte di Giustizia europea, con una sentenza non priva di ambiguità, il 19 ottobre scorso abbia negato la brevettabilità delle terapie con l’uso di cellule staminali embrionali, menzionando specificamente che tali terapie comportano la distruzione dell’embrione.

Rodotà, dunque, nella sua prospettiva di fedeltà alla Costituzione che “’sacralizza’ ideologicamente come se fosse il vangelo di una nuo¬va religione civile”, trascura un dato decisivo: tutte le leggi, compresa la Costituzione e le sue interpretazioni devono essere subordinate al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Altrimenti, come afferma S.S. Benedetto XVI, “si apre la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia”.

Pertanto, in un clima di aperta “dittatura del relativismo”, in cui vi sono forze culturali e politiche, che pretendono di cambiare il volto della nostra società, promuovendo una legislazione contraria alla vita e alla famiglia, sarà utile, per tutti, laici e credenti e soprattutto per chi è chiamato a guidare il Paese, riconoscere quella grammatica della vita sociale, cioè la legge morale universale, scritta nel cuore dell’uomo, che può essere conosciuta anche sulla base della sola ragione e che dunque può trovare accoglienza da parte di tutti, anche perché il bene non coincide con i desideri e neppure con ciò che desidera una maggioranza, ma possiede una sua inequivoca oggettività, di cui non possiamo non tenere conto.
Giancarlo Cerrelli