dic 162011
 

Segnalo l’intervento di Marco Invernizzi, di seguito pubblicato,  che evidenzia l’attuale crisi della politica a favore di un qualcosa di diverso, cioè di una mentalità tecnocratica che vuole soluzioni efficaci, immediate, prive di qualsiasi riferimento ai cosiddetti valori non negoziabili. Una mentalità che lascia ai margini la gente comune, la quale, come dice l’autore, non ha più posti dove formarsi un’opinione attraverso un rapporto personale, per mezzo di discussioni reali, magari oziose e verbose, ma umane. Una mentalità che attribuisce ancora più potere allo Stato, che invade ulteriormente la società, entrando a “guardare” anche nei conti correnti, dopo avere monopolizzato l’educazione, il sistema previdenziale e interi settori del corpo sociale. Da questa situazione si esce soltanto con una profonda azione culturale, che restituisca alla gente il gusto della formazione, della conoscenza, dell’amore per la verità, anche sulla politica. La speranza è quella di ritornare ad essere popolo, che vive di vita propria e non rimanere massa etero-diretta, di fronte ad uno Stato invadente ed invasore.

Così i tecnici uccidono i partiti

di Marco Invernizzi
in la Bussola Quotidiana

Vi sono tanti buoni motivi per non amare i partiti. Il principale risale all’origine del partito moderno, che introduce le ideologie e la lotta per la conquista del potere rifiutando e tentando di cambiare radicalmente il senso comune degli abitanti di una nazione. Tutto questo comincia con la Rivoluzione francese, dopo la quale anche i cattolici diventano una “parte” della società, in conflitto con gli altri partiti. Prima del 1789 i partiti esistevano, ma esprimevano interessi locali e corporativi, e non mettevano in questione i valori comuni della tradizione nazionale, che sostanzialmente si ispirava al cristianesimo. I partiti ideologici, dopo la Grande Guerra, sono diventati “di massa”, e il Novecento ha così conosciuto la lunga e terribile guerra che ha contrapposto le diverse ideologie e devastato l’Europa.

Oggi però sta accadendo qualcosa di diverso e, almeno in Italia, l’attuale governo Monti ci aiuta a comprenderlo nitidamente. I partiti sono stati esautorati o meglio la politica, fondata sui partiti e sul Parlamento e sulla conseguente ricerca del consenso, è stata sostituita da qualcosa di diverso. Su che cosa sia questo “qualcosa” che ha sostituito la politica si sta discutendo. Per adesso si è trattato di un forte intervento del Presidente della Repubblica che ha sfruttato una “guerra finanziaria” che ha coinvolto tutto il mondo per esautorare un governo presieduto da un “anomalo” come Silvio Berlusconi, e che comunque aveva avuto il consenso dei cittadini e non era stato sfiduciato in Parlamento. Lo stesso Capo dello Stato ha poi scelto il nuovo premier facendo nascere così un “governo del Presidente” composto da ministri tecnici, cioè estranei ai partiti, non politici, ma scelti per le loro competenze specifiche e per l’appartenenza a “mondi di riferimento” non direttamente politici. Tutto questo viene presentato come eccezionale per fare fronte a una situazione temporanea, ma qualcuno comincia giustamente a interrogarsi sul fatto se tutto tornerà come prima, dopo la parentesi del governo tecnico.

Certamente sta cambiando la mentalità. Lo si percepisce parlando con le persone. La politica, e i politici, escono di scena, avvolti nel disprezzo popolare. La Casta ha certamente molte colpe ma è comune nella storia moderna che un male venga sostituito con un male maggiore. La politica subisce un duro colpo nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino, che segna la fine delle ideologie. In ciò che avvenne in quella svolta epocale c’è qualcosa di positivo (la fine dell’odio ideologico come motore della vita pubblica), ma anche di negativo, ossia la drastica diminuzione della passione politica, nella quale rimaneva qualcosa di popolare legato al bene comune nonostante l’infezione delle ideologie.

Al posto della politica si affaccia una mentalità diversa. Tecnocratica, come abbiamo già analizzato su La Bussola con Marco Respinti, che vuole soluzioni efficaci, immediate, prive di qualsiasi riferimento ai cosiddetti valori non negoziabili. Una mentalità che lascia ai margini la gente comune, la quale non ha più posti dove formarsi un’opinione attraverso un rapporto personale, per mezzo di discussioni reali, magari oziose e verbose, ma umane. Una mentalità che attribuisce ancora più potere allo Stato, che invade ulteriormente la società, entrando a “guardare” anche nei conti correnti, dopo avere monopolizzato l’educazione, il sistema previdenziale e interi settori del corpo sociale. Da questa situazione si esce soltanto con una profonda azione culturale, che restituisca alla gente il gusto della formazione, della conoscenza, dell’amore per la verità, anche sulla politica.

Un’azione culturale veramente popolare, cioè a favore della crescita di persone libere e responsabili che possano formare un popolo, non una massa di individui, come diceva bene Pio XII a proposito della vera democrazia. I partiti non ci sono praticamente più, ma se in ogni parrocchia nascesse un centro culturale con lo scopo di studiare e diffondere la dottrina sociale della Chiesa, qualcosa di buono potrebbe succedere.