mar 072012
 


di Giancarlo Cerrelli

Il 24 febbraio 2012 è stato un giorno nefasto per la famiglia. Nello stesso giorno sono stati, infatti, approvati  due provvedimenti di legge che se confermati potrebbero snaturare l’istituto familiare.

Il primo provvedimento è stato deliberato con decreto dal Consiglio dei Ministri n.16 del 24 febbraio 2012 e riguarda alcune modifiche semplificative alla legge del 2000 in tema di cambio del cognome. Nello specifico questo decreto prevede tra l’altro, che “le donne divorziate, o vedove potranno aggiungere il cognome del nuovo marito ai propri figli”.

A molti tale provvedimento apparirà adeguato all’”evoluzione dei tempi”, ma cela una significativa e devastante minaccia al fondamento della famiglia e all’identità della persona.

Sarà consentito ad una donna divorziata di poter aggiungere, senza parere del padre che lo ha generato, il cognome del nuovo marito al proprio figlio. Il figlio diventerà, così, paradossalmente, destinatario di nuovi cognomi, per quanti saranno i mariti della propria madre e porterà non solo sul certificato anagrafico, ma pubblicamente e soprattutto interiormente, le stigmate del disordine morale di cui diventa involontario destinatario.

E’ sempre più evidente come la legislazione e una certa giurisprudenza sembrino limitare sempre  di più il potere del padre nei confronti dei propri figli e invece dilatino quello della madre;  è il caso, ad esempio, della donna a cui è consentito di decidere, senza tenere conto del volere del padre, di abortire,  nei primi 90 giorni di gestazione, qualora, a suo dire, la prosecuzione della gravidanza comportasse, un serio pericolo per le sue condizioni psicofisiche.

Il provvedimento del Consiglio dei Ministri sembra tra l’altro, una conferma della tendenza culturale che pare privilegiare i rapporti legali a quelli biologici, quasi volendo preparare il terreno ai rapporti del futuro, che dovranno avere alla base il solo desiderio di essere genitore, non importerà se dello stesso sesso dell’altro partner.

L’altro provvedimento contro la famiglia, che è stato approvato, questa volta dalla commissione Giustizia della Camera, prevede che il tempo della separazione, prima di ottenere il divorzio, sia di un anno (non più tre) e che diventerebbero due in presenza di figli minori. In più stabilisce che la comunione tra i coniugi cessi nel momento in cui il magistrato li autorizza a vivere separati.

Tale provvedimento salutato da alcuni come “norma di civiltà”, in realtà è il viatico per minare alla radice la famiglia fondata sul matrimonio.

Il matrimonio precede l’esistenza dello Stato e gli interventi da parte delle istituzioni dovrebbero mirare a proteggerlo, anziché indebolirlo. Il matrimonio ha sempre avuto lo scopo di unire uomini e donne, perché i figli nati da quelle unioni avessero un padre e una madre.

Accelerando i tempi per il divorzio, si acuirà ancora di più la ferita, che a questo istituto, era stata inferta dall’introduzione, nel nostro ordinamento, del divorzio. Ci si sposerà con meno senso di responsabilità,  consapevoli della facilità con cui sarà possibile chiudere il matrimonio.

Questo provvedimento è termometro dello stato di salute della nostra società, che privilegia una vita senza regole e senza doveri e che invece esalta le emozioni e le pulsioni.

Peccato che non si rifletta abbastanza sul fatto, che entrambi i provvedimenti, determinino delle vittime innocenti che sono i figli.

Chi ha  approvato queste leggi, non ha tenuto conto dell’interesse dei minori, ma ha valutato soltanto l’esigenza di soddisfare i desideri e le aspirazioni degli adulti.

Se si comprendesse che lo Stato non è un notaio che ha il compito di ratificare  i desideri di gruppi sociali più o meno forti,  ma che è il custode di una “grammatica umana e sociale” che lo precede, forse non verrebbero approvati provvedimenti come questi, che  tradiscono l’essenza del vivere sociale.