mar 152012
 

 

di Giancarlo Cerrelli

 

Solo pochi giorni fa Benedetto XVI aveva denunciato un fatto inquietante e cioè che “potenti correnti politiche e culturali cercano di alterare la definizione legale del matrimonio” e pochi giorni dopo è giunta puntuale la conferma di quanto fosse fondata tale denuncia.

Il Parlamento Europeo, infatti, in seduta plenaria, ha approvato il 13 marzo 2012, una Risoluzione dal titolo: “Parità tra donne e uomini nell’Unione Europea”. Il titolo della Risoluzione appare innocuo, ma leggendo l’intero provvedimento si nota come sia farcito di raccomandazioni e inviti ai Paesi membri dell’Unione, al fine di invitarli a modificare radicalmente l’istituto naturale della famiglia.

Vari sono i passi del provvedimento che tendono la mano ad una nuova definizione di “famiglia”, ma vorrei soffermarmi soltanto su uno, che ritengo più incline a divenire l’ariete per  la demolizione, nel nostro ordinamento, dell’istituto della famiglia.

E’ il paragrafo 7 della Risoluzione, con la quale il Parlamento europeo “si rammarica dell’adozione da parte di alcuni Stati membri di definizioni restrittive di “famiglia” con lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli; ricorda che il diritto dell’UE viene applicato senza discriminazione sulla base di sesso o orientamento sessuale, in conformità della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”.

Tale provvedimento, in modo evidente, tende a spingere il nostro Parlamento a legiferare, al più presto, a favore di una tutela giuridica da dare alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli.

Questa Risoluzione conferma, per chi non se ne fosse ancora accorto, che siamo in mezzo ad una battaglia culturale e politica, che ha l’intento di riscrivere le regole e i confini del nostro vivere sociale su basi che tradiscono lo Stato di diritto.

Il diritto non è più inteso, infatti, come il legere la realtà naturale, cioè come la contemplazione dell’ordine delle cose, ma pretende di essere un facere, cioè pretende di riscrivere il dato nativo della realtà.

Lo Stato è inteso come se fosse un notaio che ha l’onere di ratificare le richieste e i desideri dei consociati, anche se contrari alla “grammatica umana e sociale”.

Il beato Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Evangelium vitae afferma che: “se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si trasforma facilmente in un totalitarismo aperto o subdolo, come è dimostrato dalla storia” (n. 101).

Il rischio a cui, infatti, si va incontro è che il principio della maggioranza assunto in modo assoluto e senza alcun vincolo contenutistico, pretenda anche in politica di misurare il bene e il male con lo stesso metro con cui si misurano la lunghezza, l’altezza, la velocità e le altre grandezze meramente quantitative.

Diventa, dunque, necessario che venga riconosciuto il bene umano oggettivo, il rischio altrimenti sarà quello di forgiare la società alla luce dei desideri e delle pulsioni della maggioranza dei consociati.

Nel caso in esame, l’invito del Parlamento Europeo suggerisce di dare rilevanza giuridica ad un dato che non è presente nel nostro ordinamento e cioè all’affetto, che è un dato meramente emozionale e soggettivo e trascura di tener conto della fondamentale differenza che intercorre tra situazioni, come la famiglia, fondate in  vista di scopi che trascendono gli interessi dei singoli individui e le situazioni che attengono ai meri sentimenti. Gli affetti, infatti, che attengono alla sfera dei sentimenti sfuggono al diritto: non possono essere rilevanti, quantificati, soppesati, quindi regolamentati.

Il processo di dissoluzione del corpo sociale, dominato dal relativismo, ci ha indotto a divenire delle monadi, che stanno una accanto all’altra, prive della capacità di comunicare e di reagire, dominate dal pensiero unico, che impone un percorso di accettazione artificiale della realtà.

A ogni desiderio e pulsione sembra corrispondere un diritto che l’ordinamento giuridico è tenuto a riconoscere.

A conferma di ciò, in Olanda qualche anno fa è nato il partito dei pedofili, mai messo al bando, che ha provato per ben due volte a presentarsi alle elezioni politiche, senza raggiungere però le firme necessarie per la presentazione della lista e che aveva tra i suoi obiettivi la liberalizzazione della pornografia infantile, i rapporti sessuali fra adulti e bambini e ancora  legalizzare ogni droga, viaggiare gratis in treno, poter girare nudi ovunque e poter fare sesso con gli animali.

Ma non finisce qui, qualcuno ha anche ipotizzato in teoria, recentemente, che i necrofili dovrebbero avere diritto a soddisfare le loro pulsioni orientate a raggiungere l’orgasmo mediante atti (sia eterosessuali che omosessuali) compiuti su un cadavere. E si è pensato che non sarebbe sbagliato, mediante il consenso informato, alla pari della donazione degli organi, consentire, a chi lo volesse, di donare il proprio corpo, dopo la morte, alle attenzioni dei necrofili per consentire loro il soddisfacimento delle proprie pulsioni.

Qualcuno potrà affermare che quelle su descritte sono situazioni estreme e disgustanti e niente hanno a che vedere con il riconoscimento delle unioni omosessuali.

Dobbiamo essere consapevoli, a questo punto, però, che ci troviamo ad un bivio: o il nostro ordinamento giuridico, deciderà di porre dei paletti e degli argini, che si basino sull’uso di ragione e sul riconoscimento di una legge morale naturale, oppure, da qui a qualche tempo, tutto sarà possibile; infatti come  l’omosessualità è giunta ad essere considerata un diritto, per cui viene richiesta una tutela giuridica anche come coppia, così, con un trasbordo ideologico inavvertito, quanto prima, il nostro ordinamento dovrà farsi garante di altri “presunti diritti”, che allontaneranno sempre più la vocazione del nostro Stato ad essere uno Stato di diritto.