mag 242012
 

 

di Giancarlo Cerrelli

La Corte Costituzionale pronunciandosi sulla questione di legittimità costituzionale sollevata dai Tribunali di Firenze, Catania e Milano relativamente al divieto di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo sancita dalla legge n. 40 del 2004 e restituendo gli atti ai giudici rimettenti per valutare la questione alla luce della sopravvenuta sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 3 novembre 2011 (S.H. e altri contro Austria), sulla stessa tematica, ha, così, confermato il divieto di fecondazione eterologa legittimamente previsto dall’art.4 comma 3 della legge 40/2004.

 

La pronuncia della Consulta ha, dunque, rallentato la pretesa del “partito dei giudici” di riscrivere le basi giuridiche e valoriali del nostro Paese, anche nel campo bioetico, a dispetto, invece, del comune sentire dei cittadini. A volte capita di dimenticare che non esiste un “diritto al figlio” a tutti i costi. Il desiderio di un figlio, infatti, non può divenire un obiettivo assoluto che prevalga sulla dignità della vita umana e sul rispetto del principio di certezza delle relazioni familiari.

 

Pertanto, la pronuncia della Corte Costituzionale, si pone – nei confronti di quelle “forze culturali e politiche”, che sono artefici del tentativo di promuovere giuridicamente “nuovi presunti diritti”, senza corrispondenti doveri – come argine ad una deriva morale e giuridica, che incombe sulla nostra società e di cui le Corti di giustizia, quando tendono a sostituirsi ai Parlamenti, sono anche responsabili.