La recente decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea nella causa C-713/23, Wojewoda Mazowiecki non è un semplice intervento tecnico di interpretazione delle norme sullo status dei cittadini dell’Unione. È un passo ulteriore — forse il più netto degli ultimi anni — verso una progressiva erosione della sovranità degli Stati membri in materia di famiglia, cultura, identità e ordine pubblico.
Con il pretesto della “libertà di circolazione”, un’invasione delle competenze nazionali
Formalmente, la Corte afferma che rientra nelle sue prerogative garantire che la libertà di circolazione dei cittadini dell’Unione non venga ostacolata. Da qui la conclusione: uno Stato deve riconoscere un matrimonio omosessuale celebrato in un altro Stato membro, pur non prevedendolo nel proprio ordinamento .
Ma questa impostazione è fuorviante. La vicenda dimostra chiaramente che la Corte utilizza una competenza secondaria — la tutela della libera circolazione — per intervenire su una materia primaria e identitaria: il diritto di famiglia, che i Trattati riservano agli Stati membri.
Il tribunale europeo costruisce così un meccanismo obliquo:
- non può imporre direttamente il matrimonio omosessuale negli ordinamenti nazionali (e infatti finge di non imporlo);
- ma obbliga gli Stati a riconoscerlo nei fatti, svuotando dall’interno le loro norme in materia matrimoniale.
È un classico caso di ingegneria giuridica funzionale a un obiettivo politico.
Una decisione ideologica, non giuridica
La Corte insiste che il riconoscimento non minaccia l’identità nazionale, né costringe lo Stato a cambiare la propria definizione di matrimonio. Eppure, nello stesso momento, la stessa decisione afferma che la Polonia non può negare la trascrizione dell’atto di matrimonio perché ciò costituirebbe una violazione dei diritti fondamentali e della vita familiare dei cittadini europei omosessuali .
Siamo davanti a una contraddizione evidente:
- La Corte dice che lascia agli Stati la competenza sulla famiglia…
- …ma allo stesso tempo considera discriminatorio e contrario ai diritti fondamentali l’esercizio di quella competenza quando non coincide con l’ideologia gender-libertaria dominante nelle istituzioni UE.
Il diritto diventa così strumento di un’agenda culturale, non più metodo razionale per dirimere conflitti.
L’idea “contro natura” che diventa nuovo parametro europeo
Si tratta, in sostanza, di un’operazione che mira a normalizzare scelte antropologiche che — piaccia o no — sono radicalmente contro l’ordine naturale e la struttura originaria del matrimonio, istituto che nasce, in tutte le civiltà, dalla complementarità sessuale e dalla sua potenziale fecondità.
Con il pretesto dell’uguaglianza, la Corte impone una concezione di “famiglia” che non ha fondamento né nel diritto naturale, né nella tradizione giuridica europea, né nei Trattati. È frutto di una cultura ideologica che pretende di ridefinire ciò che ogni società per millenni ha ritenuto evidente.
E lo fa delegittimando automaticamente ogni ordinamento che, come quello polacco, mantenga una visione tradizionale e costituzionalmente fondata della famiglia.
La libertà degli Stati trasformata in margine irrilevante
La Corte, con toni rassicuranti, afferma che gli Stati mantengono un “margine di discrezionalità” per scegliere le modalità con cui riconoscere tali matrimoni.
Ma è un margine puramente nominale. Subito dopo infatti precisa che tali modalità:
- non devono essere difficili,
- non devono essere discriminatorie,
- non devono rendere ineffettivo il riconoscimento,
- e che, se uno Stato usa la trascrizione come unica forma di riconoscimento, deve trascrivere anche i matrimoni omosessuali .
In altre parole:
Puoi scegliere come riconoscere questi matrimoni… ma non puoi scegliere di non riconoscerli.
È la classica “libertà vigilata” tipica delle derive sovranazionaliste.
L’Unione sempre più giudice di moralità sociale
Per sostenere il proprio ragionamento, la Corte arriva persino a citare sentenze della Corte EDU contro la Polonia — nonostante l’UE e la CEDU siano ordinamenti diversi — come se dovessero fungere da bussola unitaria per ridisegnare la morale pubblica europea .
È un passo gravissimo: significa che la giurisprudenza diventa strumento per uniformare eticamente i popoli, ignorando tradizioni, identità e scelte democratiche.
La Corte di giustizia non giudica più solo il diritto. Giudica i valori, e pretende di imporli.
Conclusione: un attacco alla democrazia europea
Questa decisione è l’ennesimo esempio di come la Corte di giustizia voglia superare — pezzo dopo pezzo — l’autonomia dei legislatori nazionali in una materia sensibile come la famiglia.
Il tutto in nome di un’ideologia che eleva a diritto fondamentale ciò che molti popoli europei, in piena legittimità democratica, non riconoscono come tale.
La sentenza è quindi molto più politica che giuridica, molto più ideologica che fondata sul buon senso.
E rappresenta un passo ulteriore verso una centralizzazione tecnocratica dell’idea di famiglia, incompatibile con la pluralità culturale e democratica dell’Europa.
Se la deriva non verrà fermata, non sarà solo il matrimonio a essere ridefinito da Lussemburgo: sarà l’intera antropologia giuridica europea a essere plasmata secondo i dogmi dell’ideologia dominante.