Martedì prossimo si celebrerà la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Come ogni anno, assisteremo a una sequenza ripetitiva di iniziative, slogan e dichiarazioni che sembrano dire tutto e il contrario di tutto, ma che evitano accuratamente il nodo essenziale: le vere cause della violenza.

Si continua a recitare il copione del “patriarcato”, una parola-ombrello buona per spiegare ogni male senza spiegare nulla. Una narrazione ideologica che divide il mondo in oppressori e oppresse, alimentando una tensione sterile tra uomini e donne. Allo stesso modo, si ripetono formule vaghe come “educazione all’affettività”, prive di qualsiasi capacità di incidere sulla realtà concreta dei rapporti.

La verità, per quanto scomoda, è un’altra: la violenza nasce in una società che ha smontato la famiglia e liquefatto i legami. Abbiamo reso le relazioni fragili e instabili e ora ci stupiamo se crollano.

E sia chiaro fin da subito: anche un solo caso di violenza è un caso di troppo, ed è da condannare senza esitazioni.

Ma proprio perché ogni violenza è intollerabile, abbiamo il dovere di cercarne le cause reali, non quelle ideologicamente convenienti.

Quando distruggi i presidi della stabilità, i rapporti diventano campi minati

Negli ultimi cinquant’anni abbiamo svuotato progressivamente tutti quei presidi che un tempo sostenevano la solidità dei rapporti:

– il matrimonio come impegno duraturo;

– il ruolo delle famiglie di origine nel mediare i conflitti;

– il valore della fedeltà;

– il limite come forma di responsabilità verso l’altro;

– l’idea che l’amore sia costruzione e non semplice emozione.

Si è voluto un mondo “libero”, in cui tutto potesse essere cambiato facilmente.

Il risultato è che tutto è diventato precario.

E quando i legami sono precari, il conflitto è sempre dietro l’angolo. Nei casi estremi, si trasforma in violenza.

Non perché gli uomini siano “patriarcali”, ma perché i rapporti sono stati resi fragili da una cultura che ha svuotato l’impegno.

L’autodeterminazione assoluta: una libertà senza responsabilità che produce caos

La cultura dominante ha trasformato l’autodeterminazione in un idolo assoluto.

Il rapporto affettivo viene percepito come vincolato solo all’emozione del momento. Se “non mi fa più stare bene”, lo interrompo.

Così i rapporti diventano instabili e imprevedibili: l’altro vive nella precarietà emotiva di chi ha accanto.

L’amore ridotto a sentimento momentaneo crea relazioni a termine, dove l’incertezza genera risentimenti, paure, rabbie e – nei casi più estremi – violenza.

La violenza non nasce nel dominio, ma nel vuoto di responsabilità.

La scristianizzazione: quando perdi il senso del limite, perdi anche il controllo delle passioni

C’è un fattore culturale profondo, sistematicamente ignorato: la scristianizzazione della società.

Venendo meno la fede e il riferimento a un bene oggettivo, si perde inevitabilmente il senso del limite. L’individuo diventa giudice assoluto delle proprie scelte e delle proprie emozioni.

Nel cristianesimo l’amore implica responsabilità, sacrificio, fedeltà, dono.

In una società scristianizzata, l’amore è autorealizzazione emotiva.

Quando non esiste più un ordine morale superiore all’io, i rapporti diventano fragili, perché si reggono solo sull’umore del momento.

La crisi spirituale diventa crisi relazionale.

E la crisi relazionale diventa, talvolta, crisi violenta.

La risposta penale è un’illusione: pene più severe non curano le cause

La reazione politica è sempre la stessa: nuove leggi, nuove pene, nuovi reati.

Il “femminicidio”, così come viene propagandato, è un esempio lampante di risposta ideologica più che giuridica. Non solo rischia di creare una presunzione di colpa nei confronti dell’uomo, ma – e lo dico da avvocato – in molti casi diventa un’arma potente nelle mani di chi desidera colpire un partner attraverso accuse infondate.

Ripetiamolo: anche un solo episodio di violenza è inaccettabile.

Ma un sistema penale costruito sull’emotività non protegge le donne: produce nuovi abusi e distorce la giustizia, impedendo un approccio lucido e realistico al problema.

Questa giornata non deve diventare un tribunale contro l’uomo

La retorica che divide uomini “cattivi” e donne “buone” è semplicistica e dannosa.

La violenza non appartiene a un sesso: appartiene alla fragilità umana, aggravata da un contesto sociale che ha demolito i legami e idolatrato l’individualismo emotivo.

Attribuire la colpa al “maschio” come categoria serve solo a mantenere una narrazione ideologica che impedisce di affrontare le vere responsabilità:

– relazioni instabili,

– famiglie disgregate,

– cultura del capriccio,

– perdita del limite,

– crisi spirituale profonda.

Non è una guerra tra uomini e donne. È una crisi della relazione.

La vera prevenzione: ricostruire la famiglia e l’ordine delle relazioni

Se vogliamo ridurre la violenza, dobbiamo andare alla radice:

– ricostruire stabilità nei rapporti;

– ridare alla famiglia il ruolo di presidio primario;

– recuperare il senso del limite e dell’impegno;

– riconoscere la funzione ordinatrice della fede;

– uscire dalla logica dei rapporti “a tempo” e dell’amore-emozione.

Non servono fiocchi rossi né parole d’ordine.

Serve tornare a un ethos relazionale serio e solido.

Conclusione

La violenza sulle donne è un dramma reale e anche un solo caso è già una sconfitta per tutti.

Ma se continuiamo a raccontare il problema con categorie ideologiche – patriarcato, slogan emotivi, risposte penali simboliche – continueremo a sbagliare diagnosi.

Le cause vere sono la decostruzione della famiglia, la liquefazione dei legami, la scristianizzazione, l’individualismo emotivo e l’instabilità dei rapporti.

Finché non si avrà il coraggio di nominarle e affrontarle, ripeteremo ogni anno le stesse parole, davanti agli stessi simboli, senza cambiare nulla.

24800cookie-checkGiornata contro la violenza sulle donne: le vere cause che non vogliamo vedere

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