Negli ultimi anni, il legame tra persone e animali domestici è diventato sempre più centrale nella vita quotidiana, tanto che, come rilevato dal Rapporto Eurispes 2025 citato da Il Sole 24 Ore, oltre il 40% degli italiani ha accolto almeno un animale in casa. Questa crescente presenza degli animali nelle famiglie si riflette anche nelle dinamiche legali: le questioni legate all’affidamento di cani, gatti e altri animali da compagnia sono ormai una costante nei casi di separazione e divorzio.

L’articolo de Il Sole 24 Ore mette in luce come, sebbene sia sempre più comune che gli ex coniugi regolamentino i giorni e gli orari di visita degli animali domestici, il nostro ordinamento non preveda una disciplina espressa su affidamento e diritto di visita. In assenza di accordo, il giudice non può pronunciarsi in sede di separazione o divorzio, costringendo le parti a ricorrere a giudizi separati di tutela possessoria. Tale carenza normativa è stata confermata da recenti pronunce dei tribunali (come quella di Rovigo del maggio 2025 e quella di Pescara del febbraio 2025), che richiedono di dimostrare un reale legame affettivo e una significativa relazione con l’animale per ottenere tutela.

Un vuoto normativo tra separazioni consensuali e giudiziali

La differenza tra separazione consensuale e giudiziale è rilevante:

  • Nella separazione consensuale gli accordi sull’affidamento degli animali possono essere inseriti nel verbale omologato, ma restano privi di strumenti coattivi di esecuzione.
  • Nella separazione giudiziale, invece, il giudice non può pronunciarsi affatto sulla questione, mancando una norma che lo legittimi.
  • In caso di disaccordo, l’unica strada percorribile resta la tutela possessoria, trattando l’animale come un bene mobile, con il paradosso di ridurre un legame affettivo a una mera questione patrimoniale.

Un fenomeno sociale: più affetto agli animali che alle persone

Accanto agli aspetti giuridici, emerge una riflessione sociale: oggi gli animali vengono spesso considerati membri effettivi della famiglia, destinatari di cure e attenzioni che, talvolta, superano quelle riservate agli stessi esseri umani. Questa tendenza evidenzia un cambiamento culturale profondo: le relazioni con gli animali sono più semplici, immediate e rassicuranti rispetto a quelle umane, spesso gravate da conflittualità, aspettative e delusioni.

Si assiste così a una crescente propensione a preferire rapporti con animali, percepiti come fedeli e privi di giudizio, rispetto ai legami tra persone, che appaiono più complessi e impegnativi. Se da un lato è positivo riconoscere agli animali il loro status di esseri senzienti e proteggerli anche dal punto di vista giuridico, dall’altro non si può ignorare il rischio di una società che, per paura della fatica e del conflitto delle relazioni umane, si rifugia in legami più facili e meno “pericolosi” dal punto di vista emotivo.

Conseguenze giudiziarie e culturali

Le conseguenze di questa tendenza si riflettono anche nelle aule di giustizia, dove si moltiplicano i contenziosi sugli animali da compagnia, a fronte di una normativa ancora carente e talvolta ancorata a una visione patrimoniale e possessoria.

Conclusione

Il vero rischio non è amare gli animali – che è cosa buona – ma smettere di amare le persone, rifugiandoci in legami facili perché incapaci di affrontare la complessità e la fatica delle relazioni umane. Una società che mette più energia nell’affidamento di un cane che nel custodire la famiglia e i figli, tradisce un’emergenza educativa e culturale che il diritto non potrà mai colmare.

24330cookie-checkQuando il cane diventa “figlio”: tra diritto e crisi delle relazioni umane

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