Dietro la retorica dei “nuovi diritti” si nasconde una strategia per imporre una rivoluzione antropologica senza passare dal Parlamento
A Torino “di mamma ce n’è due”, titola trionfante La Stampa di oggi 31 luglio 2025. E con questa formula apparentemente ingenua, si consuma l’ennesimo strappo alla verità del diritto, alla realtà antropologica e, soprattutto, alla sovranità democratica. Non siamo di fronte a un atto amministrativo, né a un’applicazione doverosa della sentenza n. 68/2025 della Corte costituzionale. Siamo dinanzi a una vera e propria azione politica, ideologica, sapientemente orchestrata, in cui il Comune di Torino si pone come avanguardia della demolizione dell’ordine familiare naturale.
Il sindaco Stefano Lo Russo lo dice chiaramente: “Ora è il momento del matrimonio egualitario”. La trascrizione delle quattro coppie lesbiche con due madri all’anagrafe non è che un passo studiato in un percorso a tappe, il cui fine è ridefinire la genitorialità in chiave intenzionale, sradicandola dalla dimensione biologica e dal fondamento della differenza sessuale. È una rivoluzione antropologica travestita da progresso civile, imposta per via giudiziaria e amministrativa, senza mai passare per il vaglio del Parlamento e senza un dibattito democratico reale.
La Corte costituzionale ha certamente le sue responsabilità. La sentenza n. 68/2025 ha spalancato le porte alla co-genitorialità tra due donne con una motivazione intrisa di soggettivismo e sentimentalismo giuridico, con il pretesto della “tutela dell’identità del minore”. Ma ciò che accade a Torino va ben oltre: è l’istituzionalizzazione dell’eccezione, l’uso del caso per stravolgere il sistema, la legittimazione simbolica di un modello artificiale di famiglia.
Si procede per normalizzazione emotiva: volti sorridenti, bambini felici, frasi ad effetto come “ora siamo una famiglia uguale per lo Stato”. E nel frattempo si sradica ogni riferimento alla verità naturale della filiazione, alla paternità, alla complementarietà dei sessi. L’amministrazione Lo Russo agisce da pioniera della “nuova umanità fluida”, dove il diritto si fa strumento di desiderio, non più di giustizia.
Ma il parallelo più inquietante è con l’altro grande tema etico su cui si muove la stessa macchina ideologica: l’eutanasia. Anche lì, la strategia è identica: si parte da un caso simbolico, si invoca la compassione, si sollecita l’intervento della Corte costituzionale, si elude il Parlamento, e si arriva, pezzo dopo pezzo, alla legittimazione della morte su richiesta. Il comune denominatore è chiaro: l’autodeterminazione assoluta, l’abolizione del limite, la cancellazione della natura.
Oggi, il Comune di Torino celebra due madri. Domani, saranno due padri. Poi la gestazione per altri. Poi il matrimonio egualitario. Poi il diritto a un figlio “su misura”. E nessuno dovrà più parlare di madre e padre, né di figli, né di verità. Solo “progetti genitoriali” e “status giuridici intenzionali”. Il diritto si trasforma così in un laboratorio di ingegneria sociale, e lo Stato in un notaio dell’autopercezione.
Contro questa deriva, servono voci coraggiose e lucide, capaci di denunciare la colonizzazione culturale in corso, il rovesciamento del diritto in ideologia, e l’uso delle istituzioni per modificare antropologicamente la società. Il problema non è “avere due mamme”: il problema è che si vuole abolire il padre, negare la realtà, ridurre l’umano a costruzione giuridica.
Chi tace oggi per paura di essere impopolare, domani dovrà spiegare perché ha lasciato che la verità venisse sostituita dalla propaganda.