Il piano ideologico dietro la maschera dei “diritti”

Dopo la sentenza n. 132/2025, con cui la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione sull’art. 579 c.p. (omicidio del consenziente), la strategia del fronte eutanasico si è già rimessa in moto. A renderlo chiaro è oggi l’intervento di Filomena Gallo su La Stampa, che non nasconde le prossime mosse: tornare al tribunale di Firenze, ottenere una perizia nazionale sulla (presunta) irreperibilità di dispositivi di autosomministrazione e, soprattutto, riproporre la battaglia politica per l’eutanasia legale.

La decisione della Consulta, pur limitandosi formalmente a un vizio procedurale – l’insufficiente istruttoria sulla reperibilità di pompe infusionali attivabili da chi ha perso l’uso degli arti – ha di fatto lasciato aperto uno spiraglio alla somministrazione eteronoma del farmaco letale. Ed è proprio questo spiraglio che l’Associazione Luca Coscioni si appresta a forzare.

Filomena Gallo parla di “ostacoli alla piena autodeterminazione”, ma in realtà dietro queste parole si nasconde un progetto culturale ben più profondo: destrutturare il principio, oggi ancora riconosciuto dall’art. 579 c.p., secondo cui nessuno può dare la morte a un altro essere umano, neppure con il suo consenso.

Ma vi è un altro aspetto, forse ancor più insidioso, che emerge dalla sentenza della Corte: l’idea secondo cui il Servizio sanitario nazionale avrebbe il dovere di “accompagnare” il paziente nella procedura di suicidio medicalmente assistito, reperendo i dispositivi necessari e fornendo ausilio tecnico. Un “accompagnamento” che, lungi dal tradurre la cura e la prossimità, si configura come collaborazione istituzionale alla morte. È il passaggio decisivo da un’eccezione penale a un servizio pubblico: la morte come prestazione.

Siamo dunque davanti a un rovesciamento del significato stesso della medicina e della funzione dello Stato. Il diritto, anziché proteggere la vita, si trasforma in strumento di legittimazione del gesto estremo. Il medico, anziché alleviare la sofferenza, è spinto a divenire esecutore di una volontà suicidaria “certificata”.

È significativo che Gallo rigetti esplicitamente la sedazione profonda: Libera “vuole una morte consapevole, non una condanna a non sentire”, dice. Ma una simile affermazione, pur nella sua apparente nobiltà d’intenti, tradisce l’equivoco di fondo del fronte eutanasico: far passare per scelta lucida e libera ciò che è spesso il frutto della solitudine, della depressione, della mancanza di supporto umano e sanitario adeguato.

Il punto non è se Libera soffra o meno (e soffre, evidentemente): il punto è che la soluzione proposta è antropologicamente distorta. L’eutanasia, anche quando richiesta, non è una conquista di civiltà, ma un cedimento culturale. È la resa dello Stato che, invece di sostenere chi soffre, gli riconosce come diritto il venir meno.

La Corte ha evitato – per ora – il baratro giuridico di una eutanasia legalizzata di fatto. Ma le parole di Gallo dimostrano che il fronte radicale non si fermerà, e anzi cercherà proprio nella giurisprudenza costituzionale il trampolino per arrivare là dove finora la legge non è passata. Il pericolo è concreto e culturale: normalizzare il gesto estremo, istituzionalizzare la morte su richiesta, deresponsabilizzare la società di fronte al dolore.

La vita umana – specie nella fragilità – merita protezione, non abbandono mascherato da libertà. È tempo che i giuristi, i medici e i legislatori lo ricordino, prima che sia troppo tardi.

24040cookie-checkDiritto alla morte: il piano radicale dietro la strategia dei “casi umani”

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